CINEMA

 

CINEMA E FILOSOFIA- D'Ailleurs Derida

CINEMA E FILOSOFIA- D'Ailleurs Derida

11 gennaio 2022

D'Ailleurs Derida regia di Safaa Fathy

 

CINEMA E FILOSOFIA autobiografia & desiderio
rassegna a cura di Raffaele Lucariello

 

Il cinema tra visione filosofica  e narrazione

Non sono io eppure mi rivedo in quella immagine, in quel movimento, in quel corpo, mi somiglia, mi riconosco. Félix Nadar racconta in: Quando ero fotografo che, in ogni scatto fotografico avveniva una sorta di rapimento della propria anima, in un certo senso in quell’apparente magia, si nasconde una verità che è legata al sentirsi rapiti, al fuori di sé, alla passione, all’immagine ferita e riferita all’amata, all’amato. Un’impressione su lastra, uno scorrere dell’immagine dentro di sé. Lo stupore e la meraviglia dentro di sé dello scatto fotografico diviene il movimento interiore, l’immagine che descrive Platone, del pittore che si affianca allo scriba nell’anima di ognuno di noi. Sarà proprio quel fissarsi dell’immagine su lastra, nella camera oscura  a far sorgere il desiderio di costruire un divenire in movimento della immagine impressa. Il cinema è il  luogo, è la grande camera oscura, dove magicamente quelle immagini in  movimento non sono altro che infiniti fotogrammi, frequenze, della percezione visiva della nostra anima. Il proprio raccontarsi. 

Deleuze in: L’immagine tempo, scrive, “il fatto storico è che il cinema si è costituito come tale diventando narrativo, presentando una storia e scartando altre sue possibili direzioni”. Proseguendo, sulle linee di Deleuze potremmo dire, desiderare è insieme. Con i luoghi che accolgono lo sguardo, con l’abito che indosso nel desiderio dell’altro. Allora si tratta di dire Sé, attraverso il film nel quale ci riconosciamo e nello stesso tempo in quel filo narrativo che scorre sotto i  nostri occhi, amare la scena del film che non abbiamo mai visto, ma che custodiamo dentro di noi. Memoria e ricordo è in un raccordo poetico come nel film su Franco Fortini. Un film che restituisce l’alone smarrito dei segni della scrittura poetica di Fortini e che il regista Lorenzo Pallini ritrova in un archivio di memoria che incontra tra pareti di stanze della memoria. “Forse, col trascorrere degli anni, il ricordo perderà i contorni, come è sorte di quelli dell’infanzia e dell’amore”. F. Fortini


“Il racconto è nell’immagine che colpisce l’osservatore. Per Derrida il taglio tra l’immagine e la parola nel film che lo riprende in un Altrove, d’Ailleurs, o come nell’Abecedario di Deleuze, il suo dire postumo.  E’ qualcosa fuori del tempo, stupisce. Ricorda qualcosa che non è accaduto. Il racconto ha la forza di dire ciò che non accade. E’ il colore indossato degli abiti che diventa immagine di un racconto. E’ rosso il colore indossato, l’abito che con il suo colore si staglia al buio della città. E’ il rosso dell’abito serale, forse estivo, che accompagna il suo sguardo, lì davanti alla chiesa, immobile, davanti ai gradini che ne favoriscono l’ingresso. Non entra, li osserva, come per incanto, come per volervi accedere; occorre un motivo, forse una preghiera, una musica o l’inizio di un rito.

Non uno sguardo. Fissa con i propri occhi quello che non accade, un racconto. Mi è stato suggerito. I racconti iniziano dal movimento imprevedibile dello sguardo sulle cose. L’immagine nel luogo stabilito dalla memoria. Rivolgo il corpo verso una direzione che dissimula l’interesse per quella immagine. Ho sottratto in quel modo l’immagine al tempo, ho fatto mia l’immagine che racconto. Accedo al corpo fotografico dell’immagine, scompongo i particolari per avvicinarli all’immagine.” 

J.P.Vernant, in: L’immagine e  il suo doppio, scrive: “Nel V secolo mimos e mimeisthai, accentuano non tanto la relazione che intercorre tra l’imitatore e ciò che imita, quanto quella fra l’imitatore e lo spettatore che osserva. Simulare non è ancora produrre un’opera che sia la copia conforme di un modello, ma è esibire un modo di essere che sostituisca l’altro mostrandosi come questo o quello, assumendone i modi. In Platone l’accento è invece posto molto decisamente sulla relazione tra l’immagine e la cosa di cui essa è immagine, sul rapporto di rassomiglianza che le unisce e tuttavia le distingue. Tale esplicita formulazione del legame di “sembianza” che ogni specie di imitazione deve realizzare, fa emergere in primo piano il problema di che cosa siano la copia e il modello, tanto in se stessi quanto nel rapporto reciproco. Si pone quindi apertamente la questione della natura del “ somigliare”, dell’essenza della “sembianza”.

Raffaele Lucariello

 


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